Alfonso Vinci

Un sacco di strane storie fantastiche

Ultimo aggiornamento il: 08/05/2018 18:38:25


Alfonso Vinci

PREMESSA

C'è un nome, nella storia dell'alpinismo, un nome che compare spesso nelle cronache della fine anni '30 e che è legato ad imprese di assoluto primo piano nelle Alpi. Successivamente questo nome scompare, se ne perdono quasi le tracce ma, come se il comportamento fosse dettato da un abile calcolo, a volte riaffiora firmando articoli o libri, con fugaci comparse che non possono non eccitare la fantasia e l'interesse degli appassionati e di coloro che sanno.
Non credo certo che il personaggio di cui andremo a parlare abbia agito o agisca per calcolo, E un uomo estremamente modesto, riservato, che un destino quasi magico ha spinto dalle vette alpine alle impenetrabili foreste amazzoniche, dalle solari pareti del Masino o del Civetta alle nude e fredde terre andine in un itinerario dell'anima che, credo, lo abbia segnato profondamente . Forse proprio per questo Alfonso Vinci sembra dare poco peso alle sue avventure; esse non sono che tappe di un viaggio molto più profondo, dove la meta sembra sfuggire sempre più.
Fin dagli inizi della mia attività alpinistica ho subito il fascino di uomini come Vinci e l'indagare sulle loro vite mi appassiona alla stessa stregua della ricerca di luoghi e pareti poco note o del tutto inesplorate. Forse c'è in me anche una sorta di spirito di giustizia che mi spinge a fare il possibile affinché ci si renda conto che non esistono solo i Bonatti o i Messner.
Vinci è uno dei più importanti fra gli illustri sconosciuti dell'alpinismo, ma scrivendo queste poche note introduttive mi rendo conto di quanti altri come lui hanno percorso in sordina le montagne.
Come evanescenti meteore, costoro se ne sono andati e se ne vanno in silenzio non avendo la forza o forse più semplicemente la voglia, di raccontarci le loro storie.
Secondo le ben note leggi del Monte Analogo questi "scalatori" non potrebbero proseguire più oltre nella salita al Monte. Contravvenendo alle regole hanno sempre lasciato il rifugio senza lasciare informazioni sulla strada percorsa per raggiungerlo e sui loro progetti. Ma secondo me ciò è tutto da verificare: non spetta forse anche alla nostra sensibilità e alla nostra curiosità il compito di cogliere i segni e le testimonianze dei passaggi che, per pudore, modestia, o semplice sbadataggine, sono andati nascosti negli angoli più oscuri della storia? Forse, a volte dovremmo cercare meglio e sopratutto sapere dove farlo.

Anche se il peggio del maltempo sembra passato, sulla Valtellina alluvionata corrono ancora estesi banchi nuvolosi carichi di pioggia. Anche oggi è una giornata temporalesca seppure a volte il sole riesce a forare il grigiore, illuminando di vita le montagne. Siamo in una baita dell'alta Valle di Albaredo e stiamo attendendo Alfonso Vinci; Francesca ci ha procurato la preziosa notizia e con lei siamo saliti fin quassù per parlargli.
La figlia ci dice che dovremo attendere perché il padre è andato a fare un giretto. Dopo poco ci si avvicina un anziano signore, entra nella baita, parla con la ragazza, Per un attimo penso che sia lui ma poi quella sua indifferenza nei nostri confronti mi fa credere il contrario; solo dopo un poco, forse dopo che si è reso conto che siamo innocui curiosi, il signore si presenta come Alfonso Vinci. Ci sediamo sulla panca fuori dalla casa, gli spieghiamo che vorremmo intervistarlo e così, senza che la cosa abbia un vero e proprio inizia ufficiale, parte la conversazione. E' come sentire una fiaba o una leggenda, col vantaggio che è narrata dallo stesso protagonista.
Il videoregistratore ha impresso per sempre questo racconto durato più di tre ore e ancor oggi, seppure conosca quasi a memoria il nastro, devo dire che lo riascolto e lo rivedo con piacere.
Così esordisce Vinci: «Io sono stato allievo di Cassin, per circa un anno gli ho portato lo zaino e gli scarponi dall'attacco della via fino alla discesa sul versante facile. Noi eravamo però "quii de Com", quelli di Como, un gruppo comprendente me, Noseda, Grandori, Valli, Molteni, Valsecchi, Riva, Bernasconi. Eravamo in concorrenza con i lecchesi anche se non osavamo paragonarci ai migliori.
Le prime vie le feci in Val Masino, per ovvi motivi di comodità, e in Dolomiti ».

Allora seppure valtellinese, lei ha passato la giovinezza a Como? (Ecco svelato il mistero: mi ero sempre chiesto come mai un valtellinese a quei tempi, fosse tanto aperto e audace da cimentarsi a casi alti livelli e con tale lungimiranza alpinistica).

In effetti io non mi considero molto valtellinese Sono nato a Dazio ma poi ho trascorso l'infanzia e la giovinezza a Como. Posso dire di essere stato comasco; oggi non sono più niente di tutto ciò, perché vado qua e là per il mondo.

E le vie nuove, la sua attività alpinistica?

Ho fatto tutto in tre anni, dal '36 al'39. La prima via che aprimmo è su una montagna che, a dirla, forse non è conosciuta. Si chiama il Castello delle Nevere e si trova nel gruppo del Civetta: è una parete di 850 metri di dislivello e la feci con Riva e Giumelli nel'36.
Poi è venuta la guerra ma anche da militare feci alpinismo e addirittura un film nel gruppo del Catinaccio, alle Torri del Vaiolet. Dopo la guerra sono partito per il Sudamerica.

Come mai?

Per l'avventura, alla ricerca dell'avventura. Anche sulle Ande ho poi fatto salite: ho scalato almeno una cima in ogni paese andino e ho fatto anche una montagna nella Guayana: l'Ayuan Tepuy, Mi pare che adesso ci sia un tizio che fa quelle cose li. (Franco Perlotto N.d.R)
Tutte le sue vie nuove sono delle classicissime, altre denotano uno studio, una ricerca approfondita, ad esempio la parete ovest dell'Agner o la diretta alla Est di Punta Sertori.
Dovete sapere che io mi ero fatto una specie di inventario delle Alpi. Durante la leva militare trovai nel cassetto di una pensione un vecchio libro di cassa, ma intonso e ben conservato. Su di esso scrissi tutte o quasi le vie da fare sulle maggiori vette alpine. Ad esempio: Pizzo Badile, parete est.

E lo spigolo Vinci al Cengalo?

Ah si. Se ne parla ancora tanto....: una cosa ormai fritta e rifritta.

Ma è una grande classica. Come le venne l'idea?

Semplice, era nell'inventario! C'era da raddrizzare una vecchia via di Bonacossa e noi ci provammo, Ricordo che al rifugio fummo molto aiutati dal vecchio Giacomo Fiorelli; lui era uno che a queste cose ci teneva. Voleva che sulle sue montagne si facessero cose sempre nuove e difficili. Ci seguì dal rifugio per tutta l'ascensione. Era un gran piacere arrivare a casa e tirare una riga sul quaderno per cancellare una via dell'elenco.

Anche la Nord Est del Badile era nel libro?

Dovevo fare la Nord Est con Molteni, anche se non eravamo molto affiatati e lui era un po' introverso; e poi tutti e due volevamo fare da capocordata, non ho mai amato avere la corda davanti al naso.
Io poi fui richiamato militare e partii. Molteni trovò il Valsecchi che era appena reduce da una lunga malattia, mi pare fosse stato anche in ospedale, e con lui concertò la salita. Non era una cordata preparata, uno ancora convalescente e l'altro non certo bravissimo in arrampicata.
Molteni era soprattutto un gran chiodatore, si faceva addirittura i chiodi in casa, ne aveva di ogni tipo e grandezza. Noi del gruppo lo chiamavamo "El Mario pret" perché era sempre un po' immusonito e serio come un prete; lui non amava molto la Grigna, dove si andava spesso per gli allenamenti-Diceva che certe vie erano tutte unte e c'era una frase che ripeteva spesso a questo proposito: «Mi in Grigna vu minga perché i appigli in tüt vunc e mi vu là cul martel pichi via un toc el porti a cà a fá bröt » (Io non vado in Grigna perché gli appigli sono tutti unti e allora vado là col martello, ne stacco un pezzo e lo porto a casa per far brodo).
Dopo la tragedia della Nord Est la madre mi lasciò il materiale e tutti i suoi chiodoni. Un paio li usai sullo spigolo del Cengalo e furono gli unici due di progressione di tutta la via.

Allora lei era un ottimo "climber"!, un puro dell'arrampicata.

Ho sempre amato il lato estetico di questa attività, anche se ho vissuto nel periodo di transizione fra la pedula e lo scarpone. Ho sempre usato le pedule perché arrampicare con gli scarponi toglieva leggerezza e rendeva i movimenti goffi ed impacciati. Si usavano allora le pedule di manchon, dalla suola di feltro pressato; molto costose e poco durature. erano un disastro in caso di maltempo o sulla neve. Ricordo che quando sbagliammo via durante la ripetizione della Solleder, ci trovammo in pedule sul Cristallo e furono dolori. Bastava un nevaietto e per passare lo dovevi quasi smontare a martellate. Per la roccia dolomitica si usavano anche pedule con suola in para, che non erano affatto male.

Abbiamo parlato del Cengalo; ci dica anche qualcosa della grande parete del Ligoncio, problema non certo molto inferiore alla Nord Est del Badile.

Mah! Avevamo fatto parecchi tentativi e a volte gli amici erano andati anche senza di me. Poi con Riva portammo l'assalto finale attaccammo nel punto più basso della parete, dove si dividono i canali di neve. Per circa settanta metri procedetti a forza di chiodi, impiegando un giorno intero. Solo in cima a questo tratto mi resi conto che si poteva traversare molto più facilmente provenendo dal canale di destra. Bivaccammo in quel punto e il giorno dopo terminammo la salita.

E l'Agner?

E' stata una grande salita; impiegammo tre giorni prendendo anche il brutto tempo, e un fulmine ci colpì durante il bivacco, lasciando il povero Bernasconi intontito per un bel pezzo.

Per molto tempo la vostra salita non ha conosciuto ripetizioni.

Si. Ho sentito qualcosa del genere. Bepi Pellegrinon mi ha anche spedito un libro monografico sull'Agner nel quale si parla della nostra salita, ma la mia impressione è che quasi la nostra sia stata vista come una sgradita intrusione di estranei in un mondo prettamente di dolomitisti. Si legge che «La parete ovest per lungo tempo restò un mistero»: macché mistero, abbiamo avuto anche un morto, uscirono articoli: forse speravano che non fosse vero.

E il morto?

Ah, questa sì è una storia un po' misteriosa, Assieme a noi c'era un certo Amo Barbesino, che ci aiutò a portare il materiale all'attacco e poi si portò sul versante della via normale, al rifugio Scarpa attendendo il nostro ritorno. Al rifugio conobbe una bella ragazza, e qui nasce il mistero: andò verso la vetta con lei, per vedere se arrivavamo, ma durante la salita cadde da un salto roccioso. C'è chi dice che sia stata lei a farlo cadere, magari involontariamente, dopo che lui le era "saltato addosso".
Per l'Agner ricevetti la medaglia d'oro al valore atletico.

Oltre Cassin, conobbe altri grandi del tempo?

Mi ricordo soprattutto di Alvise Andrich, che era il nostro modello: un arrampicatore assolutamente eccezionale. Sui muri del rifugio Vazzoler aveva tracciato numerose vie di allenamento e anche noi ci misuravamo sui suoi passaggi. Era un po' una specie di sassista di quei tempi.
Poi ho conosciuto più o meno tutti quelli del gruppo di Rudatis e Rudatis stesso, un tipo un po' nietzschano, che quando mi parlò mi riempì la testa con un sacco di strane storie fantastiche.
Ho conosciuto anche Boccalatte e a questo proposito mi viene in mente che allora era il tempo della diatriba fra occidentalisti e orientalisti.
Boccalatte ripeté, la Tissi alla Torre Trieste e pochi giorni dopo la feci anch'io: sul libro del rifugio espressi un giudizio un po' pesante, dal momento che l'occidentalista era salito con molti chiodi e lentezza. Ricordo che scrissi: «Gli occidentalisti viaggiano con piedi di piombo e mani di ferro», intendendo con quel "mani di ferro" i chiodi piantati da Boccalatte,

Poi venne la guerra e fece quel film.

Esattamente, un film fatto con grande spiegamento di mezzi e uomini per celebrare la potenza dell'Italia. Si intitolava "Rocciatori e aquile" ed era ambientato tutto nelle Dolomiti; era una storia carica della retorica del tempo, dove c'entrava anche un'aquila che andammo a prendere in Romania con la nazista Lenhi Riefensthal che nello stesso periodo stava girando un film intitolato "Terre Basse". In una delle scene impiegammo sessanta uomini che si distribuirono uniformemente sulla silhouette delle Torri del Vajolet.
Il militare lo conclusi nel '45 a San Vittore, dove fui rinchiuso per un mese: come comandante partigiano e di polizia avevo disarmato cinquanta carabinieri! Poi partii per il Sudamerica.

Come mai?

Mah, la storia, il destino sono a volte strani. lo avevo in mente di partire per l'America e a Milano incontrai Giusto Gervasutti. Gli spiegai che avevo intenzione di fare una spedizione e che avevo notizie circa le montagne del Cile. Sapendo che lui aveva già avuto esperienze nelle Ande. gli chiesi informazioni, anzi, ci accordammo per studiare assieme un obiettivo.
Gervasutti allora mi disse che si sarebbe assentato per alcuni giorni perché doveva fare un'ascensione al Bianco: al termine del week-end, il lunedì ci saremmo dovuti vedere per ulteriori accordi. Era il settembre del'46 e quella fu l'ultima ascensione di Gervasutti, perché precipitò durante una corda doppia.
lo comunque ero deciso a partire: con un baule pieno di materiale alpinistico e duecento dollari presi la nave per andare a fare alpinismo nelle Ande. Avevo tre visti di immigrazione per Brasile, Venezuela e Cile.
Dopo un certo periodo in Brasile, durante il carnevale incontrammo alcuni compagni di viaggio che ci dissero: «Venite con noi, noi andiamo in Venezuela, lì c'è il petrolio!», Così partimmo tutti. Successivamente mi misi nella foresta e per sette anni da solo o con compagni, cercai i diamanti.

Ma i diamanti li cercava per una compagnia?

No, li ho cercati per me! A volte da solo, con 36 chili di roba sulle spalle, la bussola e la giungla. Roba da diventare matti! Ero già geologo ma esserlo conta ben poco: quello che conta è sopravvivere. E non serve neppure cercare, perché laggiù quello che veramente conta è trovare!

E il suo giacimento?

E' il più grosso giacimento diamantifero del Sudamerica e ora è nazionale, perché in Venezuela esiste una legge che dice che oltre il 50' Parallelo Nord tutto ciò che si trova appartiene allo stato. Noi ovviamente trovammo oltre il 50° Parallelo. Dopo la scoperta i scatenò per un certo tempo una vera caccia ai diamanti, che sfociò addirittura in una crisi nazionale. Da Ciudad Bolivar, che è il centro più prossimo al giacimento, cominciò ad affluire gente per via del nostro ritrovamento. Poi cominciarono ad arrivare da tutto il paese. Il governo dapprima mandò un sergente della polizia e due militari, perché riferissero la veridicità del fatto. Per toglierli di mezzo dissi loro: «basta che vi mettiate a scavare in quel fosso e troverete in un giorno dieci anni del vostro stipendio». All'inizio non ci credettero, poi provarono e poco dopo avevano gettato fucili e divise.
Più tardi, quando c'era già tanta gente, arrivò un colonnello. Si vedeva chiaramente che era intimorito da tutte quelle facce ostili: c'erano allora più di duecento cercatori e noi non lavoravamo nemmeno più, eravamo considerati i capi. Dopo due giorni di "amichevoli" colloqui il colonnello ripartì, e poco dopo furono bloccati tutti gli accessi per la regione, mentre veniva spedito un contingente di soldati. Noi fiutammo l'aria e fuggimmo attraverso la giungla: io avevo una bottiglia di Coca-cola piena di diamanti.
Come giunsi alla prima città. feci subito un biglietto aereo. Il giorno dopo ero a godermi sole e ricchezze a Capri: allora era di moda!
Per quel giacimento scoppiò una mezza rivoluzione. Furono inviati più di mille soldati a presidio e poi i militari ne sfruttarono le maggiori risorse. Fecero addirittura saltare un enorme monolite che noi chiamavamo "il cubo" : sotto c'era il deposito alluvionale più ricco e si trovarono milioni di dollari in diamanti.

Ma poi è tornato ancora m America?

Certamente, ho anche insegnato per tre anni all'università venezuelana. In quel tempo conobbi anche il direttore del ministero delle miniere: come seppe chi ero, per poco non fui costretto a fuggire una seconda volta!

E poi?

Ho esplorato tutte le Ande e credo di conoscere bene l'America Latina, a partire dal Messico fino alla Terra del Fuoco. Ho fatto anche scalate di montagne vergini: le Ande sono territori duri, non per le difficoltà alpinistiche ma soprattutto per l'ambiente. Ho lavorato poi come geologo.
A questo proposito! Sembra una cosa tanto impressionante questa frana della Val Pola di dieci milioni di metri cubi, ma dovete sapere che quando ero in Perù ci fu uno smottamento di ben 2 miliardi e mezzo di metri cubi.
Noi avevamo appena terminato una diga in una valle sperduta, quando cadde la frana. Lo sbarramento creò un lago di 180 chilometri che raggiunse la base del muro della nostra diga. Più tardi, la parte superiore dello sbarramento franoso crollò per un'altezza di circa 80 metri e ci fu un'inondazione di tutta la valle, per fortuna quasi disabitata, fino al Rio delle Amazzoni. Adesso è rimasto un lago di 50 chilometri.

E per Val Pola cosa consiglierebbe?

Basterebbe creare subito un alveo nella frana per portare il bacino a un livello controllabile, (Questa soluzione sarà adottata solo un mese più tardi dopo polemiche e tentennamenti. N.d.R.).

Durante i suoi Viaggi in Amazzonia è entrato in contatto con tribù locali?

Certo. Samatari è il titolo di uno dei miei libri, ma è anche quello di una tribù amazzonica.
Adesso stanno decimando tutti gli indios, A parte la strada transamazzonica, i maggiori responsabili sono i missionari e i militari e poi c'è la deforestazione.
Il dieci per cento della foresta è già distrutto. Laggiù ne hanno fatte di tutti i colori, a partire da Ford che tentò di fare piantagioni di gomma. Anche se è originaria dell'Amazzonia, questa pianta non può essere coltivata intensivamente in quelle regioni a causa dell'abnorme sviluppo di parassiti che si genera. Così il sogno di Ford e la città di FordIandia oggi sono solo un segno di abbandono e distruzione insensata.

Tornando all'alpinismo, cosa ne pensa dei tempi moderni?

Certo fanno cose sbalorditive, però hanno anche mezzi molto più validi e sofisticati. Ricordo che la mia prima corda la rubai dal pennone di una bandiera. Il pennone del molo di Corno era altissimo e una notte con la barca lo raggiungemmo togliendo la grossa corda di canapa per la bandiera. Era una bella fune di circa 100 metri, e il giorno dopo sul giornale leggemmo: «Furto sacrilego al pennone della bandiera della Patria!».
All'inizio la corda mi servi per esplorazioni speleologiche; una volta restai persino bloccato in un buco perché i compagni non erano più in grado di issarmi su.
Ricordo ancora che quando Cassin vide quella fune disse: «Disgraziaa: andaa a rampegà cun sta corda, ma ghet minga vergugna!?».

Ha mai nostalgia di tutte queste avventure, di questa vita?

Nostalgia? La nostalgia non esiste.

La vita

Nato a Dazio nel 1916, Alfonso Vinci è valtellinese d'origine ma comasco d'adozione, in quanto già da piccolo si trasferì con la famiglia nella città lariana.
Laureato in lettere e filosofia e in geologia, ha condotto una vita avventurosa che lo ha portato dalle Alpi alle Americhe.
Sul finire degli anni Trenta si è reso protagonista di alcune tra le più audaci imprese alpinistiche del tempo; eccone una breve cronologia:
18-19 agosto 1936, parete ovest del Castello delle Nevere con P. Riva e C. Giumelli, dislivello 800 metri.
11 luglio 1938, parete ovest nord ovest del Pizzo Ligoncio con P. Riva, 600 metri di dislivello, 40 chiodi circa,
16 e 17 luglio 1939 , parete ovest del Monte Agner con E. Bernasconi, 1300 metri di dislivello con circa 40 chiodi.
14 agosto 1939, parete est della Punta Sertori con E. Bernasconi e P, Riva, dislivello 250 metri con circa 25 chiodi, Si tratta di una via che potremmo definire di "dettaglio" e che denota lo spirito assai moderno di Vinci.
16 agosto 1939, spigolo sud del Pizzo Cengalo (anticima Meridionale) con gli stessi Riva e Bernasconi. A detta di Vinci, su circa 40 chiodi usati, solo 2 furono di progressione. E la più celebre fra le vie di Vinci e una delle grandi classiche del Masino.
Cercatore di diamanti in America Latina, esploratore e andinista, Vinci ha anche compiuto numerosi studi etnografici sulle tribù amazzoniche e oggi presta la sua consulenza come geologo presso una grande azienda del settore idroelettrico. Questo lavoro lo costringe a frequenti viaggi, anche se è sua intenzione ridurli nel futuro.
Il grande esploratore muore nel 1992


Opere letterarie

In mezzo a tante avventure Vinci ha trovato anche il tempo di scrivere ben nove libri.
I primi tre formano la, "trilogia sudamericana", e si intitolano Samatari, Diamanti e Cordigliera; in quest'ultimo sono raccolte le ascensioni compiute sulle Ande,
Dolomiti è un libro fotografico di Emilio Frisia, per il quale Vinci scrisse i testi e l'introduzione.
Occhio di perla è invece un romanzo che ha per protagonisti dei ragazzi e il loro mondo, Sempre nel filone narrativo, Vinci ha scritto una cronaca della vicenda del Vajont, cambiando tutti i nomi di luoghi e persone. A queste opere fanno seguito Lettere tropicali, una raccolta di missive scritte da quelle terre lontane, e L'acqua, la danza e la cenere, diviso in tre grossi capitoli ambientati in Venezuela, Perù e Nicaragua. Fiori delle Ande è un lavoro sulla flora andina.
Ultimo della lista è un libro scritto in castigliano sulle Ande del Venezuela, quando Vinci era docente universitario m quella nazione,
Prima di morire Vinci ha scritto una nuova opera uscita per I Licheni della Vivalda Editori